Racconto: L’Abominio del Bosco

Marco aveva un rapporto assai particolare con sua nonna. 
Era senz'altro positivo, come la maggior parte dei legami tra nonni e nipoti, ma fu Marco stesso ad accorgersi col tempo che quello con sua nonna fu un rapporto che andava ben oltre l'ordinario, toccando vette che lui stesso riteneva non fosse possibile raggiungere.
E' però necessario partire con ordine.
La nonna abitava molto lontano da dove viveva Marco, in un luogo assai sensazionale: era in un denso bosco nel bel mezzo del Comasco, in Lombardia, in quella florida Val Menaggio bagnata dai laghi che sorge sotto il Monte Grona, dove un sentiero in salita e poco battuto volteggiava ripido fino a giungere ad una graziosa casetta in legno con un ampio giardino ricco delle piante più colorate e una buona fetta di terreno sul retro dedicata alle più svariate coltivazioni.
I suoi genitori lo portavano in visita dalla nonna in diverse occasioni, dalle feste pasquali a quelle natalizie fino alle calde giornate estive, e Marco si trovò a godere di quei momenti, compiacendosi della dolce e quiete atmosfera che quel posto significava per lui.
Fin da bambino quei boschi non facevano altro che stimolare la sua fantasia, ed infatti la maggior parte del tempo il piccolo Marco si trovava immerso tra gli alti faggi, le querce e i verdissimi pini e abeti, immaginando lunghe e dure battaglie tra elfi e gnomi e prendendovi parte con un comune bastone, che ai suoi meravigliati occhi puerili risultava essere la più lunga e affilata spada forgiata con l'acciaio più lucente. Poi arrivava la sera e la nonna gli rimboccava le coperte col più tipico degli amori e gli raccontava storie fantasiose che coinvolgevano le più meravigliose creature fantastiche e le loro incredibili avventure, e il piccolo Marco, così, la ascoltava in silenzio, invogliato e incantato dalle parole dell'anziana fino a cullarsi in un sonno dolce, animato da quei sogni che vedevano i nani, le fate e i folletti dei racconti della nonna diventare piacevoli realtà.
Tra tutte le figure che la fantasia di sua nonna ritraeva ce n'era una che, più tra tutte, incuteva timore e rispetto nel giovane Marco, e questa non era altro che la Giubiana.
La Giubiana, secondo ciò che narrava la donna, era una strega di aspetto ripugnante, alta quanto gli alberi che attraversava e tanto malvagia da provare piacere nel cibarsi di bambini e uccidere gli inermi passanti. Quando il piccolo Marco ascoltava dalla nonna le malefatte che commise nei secoli la Giubiana, notava la paura che si impossessava degli occhi lucidi e della voce spezzata della povera anziana.
Passarono gli anni, Marco crebbe tanto in fretta da diventare un giovane sveglio e in salute, e al contempo non rinunciò ad andare a trovare sua nonna quando le occasioni glielo permisero. La voglia di passeggiare tra quei boschi e ritrovare il calore della casetta che lo aveva visto tanto felice nella sua infanzia era tanto forte, così come forte era il desiderio di rivivere gli anni dei divertimenti e delle spensieratezze bambineschi.
Quando però torno lì, in quella splendida casetta immersa tra gli alberi di un comune bosco del Comasco, si accorse che tutto era cambiato: la nonna era diventata esile e fragile come un rametto secco, aveva il volto scavato, e gli occhi che da piccolino lo guardavano con amore e comprensione ora erano insidiate dalle occhiaie e si perdevano in sguardi che comunicavano solo paura e apprensione.
La vecchia radiosa e solare di un tempo ora era uno spettro incupito che tremava, bisbigliava strane frasi e assumeva comportamenti strani: tra questi, era solita spargere del sale lungo l'intero perimetro della casa o preparare un vasto calderone ripieno di riso allo zafferano e salsiccia e lasciarlo fuori.
Quando il ragazzo chiedeva il perché di simili paranoie, questa rispondeva sempre: <<è per proteggerti, Marcolino caro, altrimenti la Giubiana ci vedrà e ci ucciderà!>>. 
E' vero, tutti nel circondario conoscevano la diceria secondo cui, per tenere lontana la strega, era utile spargere sale e lasciare del riso all'entrata della propria abitazione... ma le dicerie erano dicerie e i racconti di fantasia restavano pura invenzione popolare per spaventare i bambini e incuriosire gli adulti.
Eppure, così all'improvviso, quei racconti che la povera vecchietta era solita narrare al nipote per allietargli il sonno notturno ora erano diventati per lei motivo di serio terrore e per Marco una forma di grande imbarazzo. 
L'atmosfera nella casetta divenne così insostenibile e intrattabile che Marco desiderò presto allontanarsi e disperdersi tra quegli stessi alberi che lo avevano visto immaginare le trame più intricate dei propri giochi. Appena manifestava il suo volere, però, veniva puntualmente bloccato dalle urla disperate della nonna.
<<Non andare nel bosco>>  piangeva, <<altrimenti sveglierai la Giubiana e saranno guai per tutti noi!>>.
Marco si stancò non dopo molto tempo dei timori infondati di sua nonna, giudicandoli come attacchi intensi di demenza senile.
Decise, di comune accordo con i genitori, di non andare a visitare più la nonna nella sua casetta.

***

In seguito la donna anziana morì di crepacuore. 
Morì da sola, senza creare scalpore data l'età avanzata, ma la sua scomparsa creò comunque un dolore non indifferente per chi aveva ancora ricordi vividi di lei, come Marco e i suoi genitori.
La morte fu improvvisa, sicché non ci fu alcun testamento che testimoniasse la volontà della nonna di far ereditare i suoi possedimenti ad un parente designato, e non fu un caso che la casetta divenne oggetto di una disputa legale tra tutti i nipoti pretendenti.
Ogni ramo della famiglia cominciò a lottare per aggiudicarsi l'intestazione legale di quella casetta insolita e isolata della Val Menaggio, e tutti i componenti passarono dal cordoglio per la perdita della nonna ad indirizzare le proprie attenzioni sul possesso di quella porzione di terra tra gli alberi. 
Tutti meno Marco.
Marco si preoccupò in modo attivo di coprire le spese del funerale e seguì le indicazioni della famiglia che aveva deciso di seppellire il corpo della nonna non lontano dalla sua abitazione, in una piccola cripta a Plesio, in provincia di Como, dove riposavano tutti i suoi congiunti non più in vita.
C'era però una certa inquietudine che animava il giovane Marco in tutta quella vicenda.
Qualche giorno prima del funerale, Marco fu chiamato da parte dal dottor Casellis, il medico di famiglia che assistette la nonna lungo buona parte dell'ultimo periodo di vita; questi venne chiamato proprio perché sul corpo della vecchia vennero trovate delle contusioni lungo tutto il collo, i polsi e il ventre, lividi scuri e voluminosi che deturpavano la pelle pallida.
Dopo un'attenta analisi, il dottor Casellis convenne, con somma sorpresa sua e dei presenti tutti, che effettivamente quelle macchie sul corpo erano state causate da manovra di violenza ben mirata e cruenta.
Nonostante questo, tutti i parenti, e tra essi anche i genitori di Marco, liquidarono la questione sostenendo l'alta probabilità che quelle fossero autolesioni, a sua volta giustificate dal fatto che la salute mentale della nonna, soprattutto nei suoi ultimi anni di vita, fosse tra le più cagionevoli.
Questa spiegazione non convinse del tutto il dottor Casellis, che non mancò di esprimere le proprie perplessità a Marco.
<<Le ferite sono frutto di una forza impressionante, Marco>>, gli diceva. <<Dubito derivi dalle riserve fisiche di una povera vecchietta>>.
In effetti le teorie della sua famiglia non convinsero neppure il giovane.
C'erano diversi elementi che turbavano Marco, e questi, tutti assieme, lo spingevano a non chiudere la questione riportata dal Casellis con la stessa superficialità e approssimazione di come invece l'avevano conclusa i suoi parenti.
Innanzitutto c'era davanti la professionalità del dottor Casellis: avendo molti anni di servizio alle spalle, il medico vantava un'esperienza davvero invidiabile e Marco stesso non rammentava una sua diagnosi sbagliata o una terapia mal calibrata, tant'è che questo lo portava a fidarsi del suo giudizio. L'ultima cosa che lo faceva dubitare della questione era la sanità mentale della stessa nonna: senz'altro non fu particolarmente eccelsa soprattutto negli ultimi anni della sua vita, ma tra i vari deliri e i vaneggiamenti Marco non ricordava affatto una tendenza dell'anziana a autolesionarsi, e non reputava nemmeno che avesse una riserva di forze fisiche tali da procurarsi le ferite che erano state scovate lungo il suo corpo.
Così, alla vigilia di un weekend battuto dal primo timido freddo autunnale, decise di partire: da Milano, dove abitava, fino alla casetta immersa nel bosco, tutto questo a bordo di una modestissima Alfa Romeo 147 a fine chilometraggio.
Proseguì lungo l'autostrada e poi salendo, attraverso quella stradicciola ruvida e impegnativa immersa nel verde.
Arrivò in pieno pomeriggio.
La casetta era inglobata in un'atmosfera cupa e lugubre: osservandola da fuori appariva ora più che mai fuori posto, una presenza casuale e fortuita in quel manto di alberi.
Marco smontò dalla macchina e si avvicinò.
Notò subito che lungo tutta la linea perimetrale della dimora c'era sempre la tipica scia di sale alimentare utile, secondo i folli pensieri di sua nonna, a tenere lontana la Giubiana.
Non solo: salendo i gradini del portico trovò proprio di fronte alla porta una scodella contenente una poltiglia ormai secca e ammuffita, che in origine doveva essere stato del riso allo zafferano e salsiccia.
Seppur a cuor pesante, Marco prese coraggio ed entrò in casa.
L'abitazione era solo l'ombra di tutte le immagini di gioia e contentezza che gli proiettavano i suoi ricordi giovanili: tutto era preda del disordine e del degrado. Dalle sedie tirate via lontane dal tavolo ai veli di polvere e sporcizia che coprivano ogni superficie, dagli oggetti fuori posto alle stoviglie da lavare che popolavano la cucina.
Non c'era alcuna stanza in cui appariva un minimo di richiamo all'ordine, ma nulla di tutto quello, però, suggeriva a Marco che ci fossero stati dei segni di violenza dentro quelle mura domestiche.
Fu ad un tratto che un pensiero, anzi no, un ricordo lontano lo trafisse con forza e convinzione.
Era una remota cantilena pronunciata con una paura che mai aveva capito fino in fondo, ma tanto bastava per risultargli familiare.
Non andartene nel bosco, altrimenti sveglierai la Giubiana e saranno guai per tutti.
Stava cercando nel posto sbagliato.
<<Perché non devo andare nel bosco, nonna? Non crederai a quelle favolette per bambini...>>.
Marco scosse la testa e uscì di casa, guardando alla sua destra: gli alberi del bosco, carezzati dalle ultime flebili luci del giorno, scaricavano le loro ombre per terra, come lunghe mani che lo invitavano ad entrare tra le loro grinfie.  
Vi si addentrò.  
Il terreno ai suoi piedi scrocchiava, affondando e infrangendo le onde delle foglie e degli aghi secchi che giacevano alle radici degli alti pini, faggi e querce. I rami e le fronde paravano la luce crepuscolare come spade intrecciate, facendola filtrare in una visibilità che, per quanto ridotta, era comunque sufficiente a Marco per orientarsi.  
Mille ricordi gli affiorarono alla mente, ricordi di quando era felice, di quando era spensierato: era un paradosso, ma a Marco sembrava che anche in quel momento stesse giocando come quando faceva da piccolo, rincorrendo fantasticherie che una volta lo attraevano, lo incuriosivano, ma che ora gli sembravano solo autentica follia.
Eppure se da un lato c'era il rigore della ragione che lo scuoteva e gli lasciava profondi dubbi, dall'altro c'era questa sorta di sesto senso, di richiamo innato a cercare l'origine di quelli che furono i deliri di sua nonna.
Per cui camminava e camminava, cercando di aggrapparsi al minimo senso di orientamento che aveva mentre il sole continuava la sua costante discesa, calando sempre più nell'orizzonte e lasciando spazio all'immenso e dispersivo cielo blu scuro sopra i suoi occhi e al buio circostante che aumentava con costanza man mano che passava il tempo.
Marco stava pensando di mollare le ricerche quando captò uno strano odore, un odore che provò a collegare a qualcosa ma che, così concluse alla fine, non aveva mai sentito prima.
Era decomposto, putrido, simile ad un alimento ormai rancido, andato a male. Proseguì, alla ricerca dell'origine di quell'orrendo puzzo, andando avanti e ignorando la nausea che si faceva sempre più forte ad ogni passo.
E poi una risata. Cupa, lugubre, tanto agghiacciante da far accapponare la pelle.
<<Chi va là!>>, urlò Marco, lo stomaco che si contorceva in modo innaturale.
La terra vibrò, un rombo riempì l'aria circostante e si ripeté ancora e ancora e ancora. Cominciò a crescere di intensità, sempre più forte, sempre più acuto.
Gli alberi deviarono, anzi no, furono deviati da una presenza ciclopica che ora si presentava in tutto il suo cospetto di fronte al giovane terribilmente inorridito: smilza ma alta quanto gli stessi alberi che aveva abbattuto, era nuda, con i seni flosci e decrepiti che cascavano sulle membra ossute e le gambe pelose che si stagliavano in alto, forti e muscolose. Il viso incorniciato dai capelli color pece nascondevano occhi da serpe, corna caprine e denti aguzzi come picche.
La Giubiana. <<Oh Dio, ma come è possibile...?>>.
Il giovane Marco aveva le gambe paralizzate e la testa che gli scoppiava, così il mostro ne approfittò per agire: allungò un lungo e scheletrico braccio contro di lui, facendolo capitombolare di schiena contro un massiccio pino qualche metro più indietro. L'impatto fu tanto forte mozzargli il respiro e da annebbiargli la vista.
<<Stolto>>, disse la voce stridente e tagliente come mille coltelli contro la carne nuda.
Marco alzò gli occhi nonostante il forte capogiro, sconvolto: il mostro non aveva aperto la sua bocca, questo lo capì subito, ma anzi era riuscito a violare la sua mente e ora Marco riusciva a comunicare con lei, toccando il suo odio puro, il suo disprezzo. Si strinse forte la testa sperando che potesse bastare a respingere i pensieri nocivi del mostro, ma si dimostrò tutto inutile.
<<Stolto>>, ripeté. <<Senza colei che ti protegge sei debole e inerme. Morirai come lei>>.
Marco si alzò a fatica, trascinando le gambe. Cominciò a correre via, piangendo disperato.
Attinse a tutte le forze mentali per scappare più veloce, muovendo le gambe con più forza.
Corri, Marco, corri!
Guardò indietro per un instante, un singolo e insignificante istante, e una fitta al petto lo travolse: per ogni paia di metri guadagnati la Giubiana li colmava con una singola falcata delle sue lunghe gambe, azzerando il distacco.
Tentò di zigzagare, deviando il suo percorso con la speranza di confondere il mostro, sperando che gli alberi potessero celarlo alla sua vista, e a quel punto la cosa sembrò funzionare.
Senza sapere come si ritrovò sul selciato della strada e si diresse senza indugio verso la macchina; aprì la portiera, la richiuse e mise in moto.
<<Dai, dai, DAI...>>.
Uno schioppo alla sua sinistra.
La Giubiana aveva scagliato la sua manona contro il vetro della portiera del conducente, infrangendolo in mille pezzi e graffiando Marco sul volto e sulle braccia.
Il giovane non se ne curò, strinse i denti, premette il piede contro il pedale dell'acceleratore e partì via, di gran carriera.
Dopo qualche decina di metri tornò a guardare indietro, attraverso gli specchietti retrovisori: la Giubiana si ritirava lontano, tra gli alberi. I suoi alberi. E una risata in sottofondo, simile a quella di prima, che lo graffiò un'ultima volta. 
Era salvo.
Terrorizzato, ma salvo.

***

Marco non disse mai a nessuno quello che aveva visto, anche se da allora si chiese quali altre leggende italiane, oltre a quella sulla Giubiana, fossero vere.
Rinunciò ad ogni pretesa ereditaria sulla casetta, ma non ci fu alcol, fumo o psicoterapia in grado di aiutarlo: voleva solo rivedere sua nonna.
Smettere di soffrire, abbattere ogni barriera dell'esistenza e rivedere sua nonna.
E abbracciarla, piangere sulla sua spalla come quando faceva da bambino e chiederle scusa.

 

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