Racconto: Il Viaggiatore

Tra tutti i luoghi in cui aveva viaggiato, Daniel convenne subito che quello in cui si trovava adesso era il più strano di tutti. E non era una forzatura dettata dallo stupore che stava provando in quel momento, anche perché era davvero un viaggiatore assiduo lui.
Era un bosco, quello lo aveva capito dal principio, eppure appariva stranamente diverso da tutti quelli che aveva attraversato fino a quel punto: i pini e le querce avevano un colore singolare, che dal verde lucente sfumavano all’argentato, e si stagliavano alti e irraggiungibili fino a toccare il cielo. E lo stesso cielo, che meraviglia!, era immerso in un’alba bicolore, con le soffici nuvole rosé che nuotavano nel blu profondo.
Daniel attraversava quel paesaggio meraviglioso a cuor leggero lungo un sentiero battuto che si inerpicava tra gli alberi, costeggiandoli e aggirandoli.
Si accorse solo in quel momento, mentre camminava, che lui stesso non appariva come credeva: indossava un farsetto rosso bordeaux di pregiata fattura che si chiudeva in numerosi bottoni dorati fino ad arrivare ad una spilla, anch’essa aurea, raffigurante un leone ruggente. E i pantaloni setosi che scendevano lungo le sue gambe fino a carezzare i suoi stivaletti in camoscio color senape adornavano il suo aspetto in tutta la sua interezza.
Sorrise di cuore, compiaciuto, non si era mai trovato ad essere così elegante, così piacevolmente appariscente!
Scoprì non troppo tardi che quel bosco di strano aveva persino i suoi abitanti: Daniel riuscì a scorgere creature di cui non sapeva l’esistenza e che mai, prima di allora, aveva incontrato.
Scorse i folletti, alti fino al suo ginocchio e con i cappelli rossi a punta, intenti a cercare i funghi dai colori più variegati in gruppi di tre o quattro, e scappavano via ridacchiando al suo passaggio; oh, e un unicorno dalla criniera color latte che si abbeverava lungo un ruscello che scorreva e gorgogliava non lontano dal suo percorso.
Daniel proseguiva via, camminando lungo il sentiero che portava avanti chissà dove e nutrendo un benessere nell’animo che mai, a sua memoria, aveva provato prima: stava bene, godeva di una pace interiore che gli armonizzava i sensi e alleggeriva ogni suo passo.
Non si chiedeva come fosse finito lì, non si domandava cosa avesse davanti perché semplicemente non gli interessava, era solo intento a vivere il momento in tutta la sua fugacità, in tutta la sua maestosità, rinunciando a creare anche le più semplici aspettative.
Fu con questo spirito che Daniel sbucò in quella che capì subito essere la sua destinazione finale: era uno spazio a cielo aperto murato dagli alberi, una radura irregolare tappezzata da uno splendido manto fiorito, margherite per la precisione.
Lì, nel mezzo, intenta a raccoglierle, c’era una donna: era bellissima, indossava un vestito color beige che gli modellava le curve, dalle gambe sottili e armoniose fino al seno, delicato nelle sue proporzioni. La lunga chioma bionda era adornata con una ghirlanda intrecciata delle stesse margherite che stava cogliendo, e sul viso solare e splendente le labbra si estendevano morbide nel sorriso caldo e invitante che Daniel riconobbe subito. Cantava una dolce melodia, e anche quella gli era nota, perché era proprio quella che la ragazza intonava nei loro momenti intimi assieme…
Tabita!
Daniel si trovava adesso a pochi metri da lei, e la ragazza a sua volta alzò lo sguardo, increspando le labbra nel suo sorriso comprensivo e compassionevole che era solito rivolgergli in quei momenti.
<<Certo che non vuoi proprio mollare la presa, amore mio…>>, disse Tabita scuotendo la testa. Non sembrava delusa e nemmeno rassegnata, eppure si scorgeva amarezza tra le sue parole.
<<Come potrei?>>.
<<Eppure così ti fai del male>>.
<<Ti sei sempre preoccupata troppo per me>>, le ribatté Daniel. Un altro passo in avanti, verso di lei: era vicino. <<Sono venuto a riportarti indietro>>.
<<Chiedi troppo a te stesso, mio caro. E’ tardi ormai…>>.
<<No, non lo è…>>.
<<Sì, invece>>. Nel frattempo anche lei si era avvicinata e ora il suo viso, oh il suo delicato e piacevole viso quanto gli era mancato!, era a pochi centimetri dal suo. <<Lasciami andare, Daniel>>.
<<Non riesco…>>.
La mano di Tabita gli accarezzò la guancia e Daniel rabbrividì al contatto.
<<Lasciami andare>>.
Tutto intorno sentì il paesaggio degradare, rinsecchire e infine pian piano sgretolarsi, come un antico oggetto dilaniato dal lento scorrere del tempo.
<<Lasciami andare>>.
Uno schioppo, un urlo e…

Daniel aprì gli occhi.
Una fastidiosa lucina rossa zampillava alla sua sinistra, nient’altro che la sveglia che gli annunciava che erano ancora le tre di notte.
La camera da letto, lo vedeva anche in penombra, era ormai da tempo ostaggio della polvere e della puzza di chiuso.
Lasciami andare.
Avvertì contro la pelle della sua mano il dolce tocco del tessuto: era il suo sudario. Lo aveva ripreso con sé perché voleva avere più ricordi possibili di Tabita. Lo strinse forte.
Lasciami andare.
Allungò la mano verso il mobiletto a destra, dove si trovava il flaconcino delle pillole, ne tirò fuori una e la ingurgitò con un sorso di Jack & Daniel’s.
Lasciami andare.
Daniel digrignò i denti e scosse il capo.
<<No, amore. Sto tornando da te>>.
Strinse più forte l’abito funebre della moglie e chiuse gli occhi.
Daniel riprese a viaggiare.

 

 

 

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