Racconto: Il Fuggitivo

Il Fuggitivo si era liberato e ora attraversava la città immersa nella notte.
Camminava a passo svelto, cauto ad ogni movimento per non rivelare la propria presenza. Faceva freddo e pioveva, le raffiche d’acqua gli flagellavano le spalle e la faccia, e lui era del tutto nudo: in altre occasioni sarebbe stato divorato dal pudore, ma non quella notte. Quella notte le sue interiora si contorcevano per l’ansia e la paura.
Si trovava tra le traverse meno popolate della città, che a quell’ora della notte erano del tutto deserte: file e file di edifici degradati e cadenti che si ammassavano e si innalzavano ai lati, osservandolo taciti nella loro antichità.
A volte capitava che il Fuggitivo al minimo rumore si acquattava in un angolo, in attesa, a scovare le origini di quelle che poi si rivelavano essere frutti delle sue paranoie più insistenti e quindi ripartiva, più veloce di prima.
Se alzava la testa poteva vedere tutto anche da laggiù, tra quegli edifici decrepiti e isolati in cui si trovava immerso: gli alti e imponenti grattacieli erano artigli che squarciavano le sommità annuvolate, nella loro imponenza mostravano tutta la loro superiorità, e lungo gli stretti lati erano affisse insegne multicolore le cui luci abbagliavano anche a leghe e leghe di distanza, tappezzate di scritte che il Fuggitivo riconobbe e maledisse, poiché mai era riuscito ad interpretare. E intorno a quei grattacieli l’aria pullulava di piccoli e animati puntini, le dannate macchine volanti i cui rombi cupi e ruggenti erano sì quasi sovrastati dalla pioggia ma giungevano comunque persino alle sue orecchie, tra i bassifondi più celati.
Quello è il cuore del nemico, si redarguì. E io lì non ci devo andare.
Quando il Fuggitivo nacque, gli invasori erano già in maggioranza ed erano la razza dominante.
Prima, però, non era così.
Un secolo prima la razza del Fuggitivo, gli autoctoni, viveva nel benessere più ricercato, e se ogni individuo ricercava per sé la felicità allo stesso tempo la collettività ignorava gli emarginati, gli affamati, le guerre intestine. Gli autoctoni, ormai non era più una vergogna pensarlo, erano dannatamente divisi e combattuti, e tutto ciò non fece altro che essere un vantaggio per loro. 
Loro, gli invasori, c’erano sempre stati.
Gli autoctoni avevano provato a sottometterli, ad adoperarli per le mansioni più ardue e i lavori più sottovalutati, ma non durò per molto: la situazione sociale divenne incandescente e le piccole rivolte, che sbocciarono in modo inavvertito, si manifestarono con sempre più frequenza.
Da una parte c’erano i simili del Fuggitivo, divisi, frammentati e dilaniati, ma con conoscenze tecnologiche senza pari; dall’altra loro, gli invasori, forti, organizzati, frutto inconscio del sapere dei loro avversari e inconsapevoli beneficiari.
Il conflitto divenne inevitabile.
Le due fazioni combatterono una guerra senza quartiere per mari, terre e cieli, in uno scontro che alle cronache fu noto come Ultimo Conflitto Planetario.
Alle loro prime vittorie gli autoctoni risposero con entusiasmo, ma gli invasori erano davvero troppo numerosi, tanto che, alla fine, li sopraffecero.
Alla fine della guerra le conseguenze furono terrificanti: la civiltà degli autoctoni venne azzerata, rasa al suolo, e sulle sue ceneri venne innalzata quella dei nuovi dominatori. Furono organizzati dei campi di contenimento fuori le città: esperimenti, lavori forzati, pulizia etnica, agli autoctoni veniva praticato tutto questo.
E il Fuggitivo, che scappava senza particolari speranze di salvezza, proveniva proprio da lì, da quella informe massa multicolore carica di isteria e disprezzo che, nascosto tra le ombre della notte, fissava con profondo odio e amarezza.
Riprese a camminare più svelto, i piedi nudi che affondavano nelle gelide pozzanghere a ritmo alterato.
Non aveva un piano, ma conosceva il suo scopo, in quel momento: doveva uscire da quella dannata città, non sapeva come fare né quale strada prendere, ma doveva farlo.
Gli edifici ai lati scorrevano e scorrevano al ritmo del suo passo, con la frivolezza di immagini destinate a essere dimenticate nell’oblio più totale.
D’un tratto un suono da sotto gli scosci d’acqua nacque e crebbe d’intensità: era una cantilena strillante e squillante, tanto fastidiosa da riuscire a penetrare fin dentro il cervello e tanto insistente da scuotere la sanità mentale di qualsiasi individuo.
Il Fuggitivo, riconoscendola, ebbe un colpo al cuore.
Cominciò a correre all’impazzata, con l’acqua che gli pungeva il viso tanto scattava veloce.
Per disperdere l’inseguitore deviò un paio di volte la propria direzione di percorrenza, svoltando prima lungo un angolo a destra e poi nel senso opposto, zigzagando e pregando, ma tutto sembrò inutile dato che il suono della sirena aumentava di intensità e si avvicinava.
Era vicino, sempre di più, sempre di più…
Fece appena in tempo a voltarsi quando udì il tonfo, ma non riuscì ad evitare la raffica: il colpo gli trafisse il petto e lo fece caracollare in avanti, mozzandogli il fiato.
Cominciarono i rantolii, poi avvertì il sangue, il suo sangue!, disperdersi e diluirsi lungo il suolo fracido di acqua piovana. La vista si annebbiò, e il Fuggitivo rivide in un singolo flash la sua breve vita fin dal principio, dall’amore della madre che aveva perso troppo presto alle innocenze giovanili, fino ad arrivare agli odi, nutriti e subiti, che avevano caratterizzato gli ultimi anni.
Ed esalò così, tra i rimpianti, il suo ultimo respiro.
Appena dietro, l’autovolante sostò proprio vicino al corpo del Fuggitivo, abbassandosi di quota ma restando a mezz’aria.
Scesero a terra due individui, e il primo, quello che aveva sparato, volle subito accertarsi del suo risultato: il braccio metallico tastò il corpo e controllò il polso e fu con soddisfazione che si alzò e si rivolse al suo compagno, con la voce robotica che squarciò l’aria umida.
<<72A3JBK-RAZ3KG11V4>>. Era l’ultimo. L’ultimo della razza umana.
<<76DO-0N22-43MT>>, rispose l’altro. Ottimo. Domani sarà un grande giorno per la Repubblica degli Androidi.

 

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