Fahrenheit 451 è un monito per la nostra società?

Personalmente odio le recensioni.
O meglio, odio quegli articoli che riepilogano il dannato schema “trama + giudizio e “cosa ne penso io uomo/donna vissuto/a”: innanzitutto lo trovo banale come lavoro in sé, e in secundis lo reputo ingeneroso verso l’opera “recensita”.
Preferisco scardinarlo, il romanzo di turno, analizzarlo pezzo per pezzo, anche a costo di risultare pesante.
Ecco, oggi quel romanzo sarà ancora Fahrenheit 451.
Di quest’opera ne avevo già parlato qui, elencando in modo generico tutti i concetti spesso tralasciati nelle parole del suo autore, Ray Bradbury.

Vedete, la distopia, al contrario dell’utopia, ci mette davanti un modello sociale o comunitario da non seguire, un anti-ideale che deve fare paura e che estrapola un elemento del nostro mondo fino ad estremizzarlo.
1984 e Fahrenheit 451 di per sé sono già diversi: il primo ha una visione più generica, in quanto George Orwell prende un modello sociale nella sua totalità (governo e società) allegorizzando quindi i regimi totalitari del nazismo e del comunismo, il secondo scende nel particolare, non soffermandosi “su chi regge” ma “su chi si regge da sola”.
Una società che potrebbe avere addirittura dei punti in contatto con la nostra.

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ANALOGIE? Entriamo in contatto col modello sociale di Fahrenheit 451 fin dalle prime pagine, venendo a conoscenza di un mondo alla portata più del “singolo” che della “collettività”, imbambolato da una digitalizzazione senza pari, tra famiglie virtuali e pubblicità assillanti nei tram.
La stessa moglie di Guy Montag, Mildred, ci appare palesemente dipendente da questa nuova tecnologia, non esce mai e ha una volontà comunicativa pari a quella di una mummia, passando le giornate a parlottare con i suoi “parenti virtuali”.
Mildred è figlia di un sistema individualista ed autosufficiente, ma di questo parleremo più tardi.

Piuttosto, la società ideata da Bradbury come è arrivata a tutto questo? Come è arrivata a digitalizzare, individualizzare la massa e a bruciare i libri?
E’ qui che compare il superiore di Montag, il capitano Beatty, che spiega tutto al protagonista (e indirettamente anche al lettore) in un monologo da premo Nobel per la Letteratura, per quanto mi riguarda.
Beatty ci spiega che non c’è stato alcun governo o fazione politica ad aver creato questo modello comunitario, anzi è la stessa società, con la sua frangia più nutrita e ignorante, ad aver compiuto una evoluzione.
Anche l’uomo è un animale, e come tale va a caccia. A caccia della felicità.
I libri creano dubbi e sconforto, quindi vengono bruciati.
Perdere tempo è un ostacolo alla caccia della felicità, quindi per le strade è vietato andare più lenti dei 90 km/h con l’automobile.
Le minoranze sono anch’esse ostacolo, quindi vanno accontentate.
La società di Fahrenheit 451 è piatta perché ricerca la piattezza, antiestetica perché nemica dell’estetica e vuota perché svuotata dalla continua ricerca della felicità.

Neil Gaiman, nel descrivere l’operato di Bradbury, ci dice che la fiction speculativa è più una ingrandimento di elementi del presente che una novella profetica per il futuro.
Ed infatti ecco che il Ray Bradbury del 1953, nel dare vita all’opera che lo avrebbe reso famoso, ha ingigantito due elementi: il progresso tecnologico che avrebbe finito ad essere asservito piuttosto che ad asservire e la ricerca della felicità.
Ecco, prendete questi due elementi da soli e scoprirete con facilità che sono punti cardine di un’altra società. La nostra.

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SOCIETA’ INDIVIDUALISTA. Oggi viviamo nell’epoca dei social, uno strumento che può essere intrattenente se usato bene ma pericoloso in altre circostanze: è più immediato sapere una notizia dai social piuttosto che da un telegiornale, alcune pagine ti fanno ridere e altre ti fanno riflettere, altre ancora ti spammano per giorni e fino alla nausea la pubblicità del prodotto che ci interessa (manco fosse quella del dentificio Denham del romanzo, quella che fa irritare Montag sul tram).
Ci sono poi le fake news fabbricate per far imbestialire gli analfabeti funzionali, i profili falsi, o anche i profili cancro che esercitano la “democrazia del web”, quelli de <<il cielo è viola e questa è una mia opinione>>.
Nasce quindi il fenomeno della massa autosufficiente.
Ci basta sentire una campana per accertare una notizia, e non importa che sia vera o falsa, se presa da un’autorevole quotidiano o da peppapig.it: a noi basta così.
Basta aver letto un libro e farci una “recensione” per sentirci acculturati lettori o condividere una notizia sporcata da una “opinione” strampalata per passare come influencer seguiti e impeccabili.
Tutti completi e pieni di sé, tutti autosufficienti come Mildred, attaccata come un malato terminale alla sua famiglia virtuale, pensando fosse quella vera.

Ma ogni velo cede quando ci chiediamo perché facciamo questo.
Allora ok, forza: perché lo facciamo?
La risposta è una sola: “per stare felici”.
Ci informiamo delle notizie che vogliamo sentire per stare felici, leggiamo perché non è nulla di genuino, solo dopo ci sentiamo colti e quindi felici, lo stesso moto che chiamiamo “generosità verso gli altri” nella maggioranza dei casi è qualcosa di egoistico in quanto le azioni che portiamo avanti sono volte a soddisfare più noi stessi e la nostra emotività (<<far stare bene gli altri fa stare bene anche me>>, quante volte avete sentito questa frase?) che gli altri.
La società è questa: INDIVIDUALISMO.
E’ una conseguenza, una nuova corrente di filosofia sociale che tende a valorizzare le esigenze del singolo a discapito della collettività.
<<L’Importante è che io sto bene>> ed infatti basta buttare l’occhio nel marketing e osservare quante aziende creino sempre più prodotti per “l’individuo” e non per “il gruppo”.
Individualisti come ogni personaggio di Fahrenheit 451 (solo Clarisse non lo è, ma comunicare con individualisti è difficile): lo sono persino Faber e Montag, individualisti sì, ma individualisti che aspirano a essere altro.
A noi, invece, va bene così.

Un-rasserenante-ritratto-di-Ray-Bradbury

EPILOGO. Ma come si guarisce da tutto questo, come ci si assolve da questa società?
Incredibilmente è lo stesso Ray Bradbury a fornirci la risposta: con i libri. Attenzione, però, i “libri” sono in senso figurato: una informazione sentita da una campana non può bastare, verifica la fonte, trova riscontro in altre fonti.
Leggere due libri non ti definisce “lettore” ma “lettore di due libri”, dieci di “dieci libri” e così: non essere mai sazio, arricchirsi sempre.
Il mondo non ha bisogno di sentire da te che <<il cielo è viola>>, il mondo ha bisogno di presupposti chiari e oggettivi che possano determinare che il cielo sia viola.
Altrimenti? Ci autodistruggiamo con la nostra arroganza e ignoranza. Leggetelo sto libro, va’.

P.S. Se vedete messaggi politici celati dietro questo articolo, avete serio bisogno di un consulto medico.
Per il momento però, tutto quello che dovete fare è lasciare questo blog e non tornarci più. Grazie.

Una risposta a "Fahrenheit 451 è un monito per la nostra società?"

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  1. Ray Bradbury è la prova che puoi inserire uno spiegone a inizio libro, senza che ti venga la voglia di martellarti i genitali. Per il resto, ottima analisi. Quoto su tutto.

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